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A proposito di Oppenheimer

Il grande schermo e lo spettro dell’atomica
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Ironiche coincidenze e necessità di consapevolezza

Dopo il “fenomeno” Barbie, con una consequenzialità bizzarra – difficilmente premeditata – si è stati riaccompagnati per mano nelle sale, pieni di aspettative, verso l’ultimo e tanto atteso lavoro di Nolan: il “padre della bomba” atomica prende il testimone dalla bambola più famosa di sempre, e, come quest’ultima, sembra non deludere le aspettative. È chiaro che, se il criterio adottato per definire il successo del film rimangono i meri incassi al botteghino, Oppenheimer ha centrato pienamente l’obiettivo senza alcun “sembra”. Ma se dobbiamo concentrarci sulla pellicola in sé, un giudizio affrettato, una sentenza a freddo quando le poltrone del multisala sono ancora calde, difficilmente potrà risultare opportuna, o meglio, esaustiva. Il film di Nolan, come molti altri suoi capolavori, è un film che va rivisto ed analizzato. Alla complessità, tipica del regista, a cui siamo stati abituati con film come Interstellar, Inception o the Prestige si aggiunge la difficoltà di riproporre fedelmente la biografia di un personaggio altrettanto complesso in un momento storico decisivo. 

L’arduo compito è abbastanza chiaro: restituire l’unicità di un momento in cui tutto è cambiato, l’ “a.c”. ed il “d.c” dell’era atomica. L’accuratezza documentaria, volta alla mera riproposizione fedele degli eventi, non basta e di questo il regista ne è stato perfettamente consapevole. Centrale è il conflitto paradossale tra coscienza e conoscenza, autoconservazione e istinto di aggressione; tutto questo vive e si manifesta nella magistrale interpretazione di Cillian Murphy nei panni del protagonista. Oltre alla ironica vicinanza con il film di Greta Gerwig, Oppenheimer ha la sfortunata (o “fortunata”) sorte di proporsi alle sale in un momento storico in cui lo spettro dell’arma atomica trova nuovamente un terreno fertile per incutere timore. A poco più di un anno di distanza da un nuovo conflitto e ad una manciata di settimane prima dell’acuirsi di un altro, la sfortunata coincidenza avvalora con più forza la necessità di approfondire quanto riprodotto dalla pellicola, seppur nei limiti dello strumento cinematografico: l’urgenza di comprendere quando e come il mondo sia cambiato piombando nell’epoca della “fredda” intimidazione e della deterrenza. 

Terrorismo atmosferico

Dopo il progetto Manhattan la fisica nucleare portò l’elemento radioattivo ad un nuovo grado di esplicitazione: un fenomeno prima quasi impercettibile divenne  visibile ad occhio nudo sotto la forma – almeno in un primo momento e per pochi istanti – di giganteschi funghi esplosivi. Come ben osserva Peter Sloterdijk, la vera novità non consiste tanto nel nuovo potenziale distruttivo di un’unica esplosione capace di superare, in termini quantitativi, gli avvenimenti di Dresda1, ma nell’aver inaugurato un nuovo capitolo del terrorismo atmosferico: «si è così compiuto un riorientamento “rivoluzionario” della coscienza dell’“ambiente”, in direzione della sfera invisibile delle onde e dei raggi»2. Al di là del potenziale distruttivo del nuovo ordigno, misurato durante il Trinity test presso Los Alamos, la vera portata dell’asservimento del nucleare per fini bellici lo testimoniano tragicamente i noti avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki. Le piogge nere altamente radioattive, le ulcerazioni e le evidenti ustioni prodotte da «un incendio invisibile»3, l’insorgere di gravi tumori a distanza di decenni ed il profondo impatto psichico: tutto questo inaugura una nuova epoca in cui il terrore più grande non si vede, se non per un istante, fino a quando non è troppo tardi e non si estingue con il dissolversi delle fiamme, ma sopravvive e permane in latenza nello spazio vitale di chi viene colpito non lasciando più alcuna vera via di fuga. Perciò da questo momento in poi la necessità di percepire ciò che prima non era percepibile diventa legge; per sopravvivere non si può più far affidamento alla propria percezione4. In questa cruda e nuova tappa della storia dell’umanità, la scoperta più rilevante consiste nell’identificazione di un nuovo e terribile strumento coercitivo, di una nuova forma di dominio mediante il terrore, nel perfezionamento di ciò che già si intuì con l’utilizzo del gas a scopi bellici: il nemico più grande è quello che non si vede e non c’è forma di violenza più grande di quella che corrompe, irreversibile e senza via di fuga, la dimensione ecologica. Il bersaglio primario non è più il nemico in sé e per sé, ma il luogo nel quale questo vive e grazie al quale vive. 

Verità del paradosso

In conclusione, la vanità del prometeico Oppenheimer di Nolan, in un certo senso, interpreta bene la diretta conseguenza della maturazione di questa nuova consapevolezza, ma passa poco per vedere come quest’ultima si ripieghi drammaticamente su se stessa dopo essersi scontrata con le proprie responsabilità, con le «mani sporche di sangue»5. Oppenheimer, alla fine dei conti, nella sua paradossalità, non fa che incarnare semplicemente ciò che è umano, anzi, troppo umano.

  1.  Facciamo direttamente riferimento al bombardamento aereo della città tedesca avvenuto tra il tredici ed il quindici febbraio dell’anno 1945 attuato dall’aviazione statunitense e britannica. Di tale evento si ricorda la spaventosa portata distruttiva (all’incirca millecinquecento tonnellate di bombe esplosive e milleduecento tonnellate di bombe incendiarie) volta non solo a rendere l’importante città tedesca una risorsa inutilizzabile, ma a colpire duramente, attraverso una sorta di punizione “esemplare”, il morale dei civili. ↩︎
  2.  Sloterdijk, P. (2015) cit. p.130, Sfere: Schiume : sferologia plurale, Raffaello Cortina Editore. ↩︎
  3.  Cit. Ivi p.132. ↩︎
  4.  Cfr. Ivi p.133. ↩︎
  5.  Nolan, C. (2023), Oppenheimer. ↩︎

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