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Abbiamo un problema e si chiama patriarcato

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‚ÄúIl femminicidio √® spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libert√† prima di perdere anche la vita. Come pu√≤ accadere tutto questo? Come √® potuto accadere a Giulia?‚ÄĚ

Queste le parole di Gino Cecchettin ai funerali tenutisi il 5 dicembre nel Duomo di Padova, dove ha dato l’ultimo saluto alla figlia.

Cecchettin esprime con estrema lucidità quello che rappresenta il femminicidio come fenomeno nella società odierna: un enorme problema culturale che deriva dalla matrice patriarcale della nostra società e cultura. La morte di Giulia Cecchettin, centocinquesima vittima di femminicidio del 2023, ha rappresentato quello che sembra essere un punto di svolta nella percezione della violenza di genere nel discorso mediatico e sociale italiano portando alla luce la necessità di azioni concrete di contrasto e soprattutto di prevenzione.

Ci√≤ nonostante, buona parte del giornalismo italiano si ostina a raccontare il femminicidio come un evento straordinario, riconducibile ad un ‚Äúraptus di gelosia, rabbia, follia‚ÄĚ o qualsiasi emozione si adatti meglio al caso specifico, in un modo completamente inverso rispetto a quanto indicato dal Manifesto di Venezia del 2017 e dimenticando che il problema √® molto pi√Ļ profondo dell’emotivit√† di un uomo e deve essere ricondotto ad una questione di potere: il potere che la societ√† affida al genere maschile e di come nel momento in cui una donna cerchi di sottrarvisi, sia costretta a pagarne le conseguenze con la propria vita. 

Nelle ultime settimane l’intero paese √® stato pervaso da una marea rosa animata da migliaia di persone che, raccogliendo l’invito dell’organizzazione Non Una Di Meno, √® scesa in piazza per manifestare ed esprimere la propria rabbia, la propria indignazione e il proprio sgomento di fronte agli eventi che hanno condotto alla morte della ventiduenne. Il paese intero ha accolto l’invito della sorella di Giulia Cecchettin, Elena, e ha deciso di non dedicare alla giovane vittima il canonico minuto di silenzio per ricordarla ma piuttosto di dedicarle un minuto di rumore, un minuto di rabbia collettiva, di urla liberatorie, di tintinnii di chiavi sollevate in aria, proprio le stesse chiavi che sono strette tra le dita di ogni donna mentre torna a casa di sera, aspettandosi il peggio.

Non √® pi√Ļ accettabile perpetrare una narrazione del femminicidio come un gesto estremo e isolato dovuto all’emotivit√† o all’instabilit√† di un uomo, √® necessario condannare quella cultura maschilista che si trova alla base del fenomeno della violenza di genere e che lo nutre legittimando la concezione di possesso del corpo e della vita delle donne. 

Non √® pi√Ļ accettabile indignarsi quando ci viene detto che tutti gli uomini sono parte del problema e urlare ‚ÄúNot All Men‚ÄĚ come giustificazione. Non √® accettabile perch√© √® un’affermazione pericolosa che nega l’esistenza di un fenomeno sociale diffuso che ci riguarda tutti, soprattutto gli uomini. √ą vero, non tutti siamo degli assassini e dei violenti, ma √® essenziale riconoscere che tutti contribuiamo e siamo parte del problema. Quante volte abbiamo effettivamente intavolato discussioni su quest’argomento, abbiamo corretto le battute sessiste e maschiliste di qualche nostro amico, ci siamo messi in discussione, abbiamo riflettuto sul nostro comportamento e su come questo si rifletta sugli altri? Partendo proprio da questi piccoli gesti, da questa presa di coscienza, individuale prima che collettiva, √® possibile produrre un cambiamento.

Il femminicidio di Giulia Cecchettin non √® un caso isolato, non √® il primo e non sar√† l’ultimo e anche questa volta poteva essere impedito.¬†

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