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Adolescenza: cos’è andato storto?

Quel difficile periodo che fa sentire i genitori inadeguati e i figli incompresi
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Covid e incertezza

La pandemia ha rappresentato un periodo molto difficile che ha messo in particolar modo a dura prova i genitori di adolescenti. Abbiamo sperimentato emozioni negative quali ansia, tristezza, rabbia, paura. La differenza fra un adulto e un adolescente sta proprio nella capacità di saper reagire davanti a queste emozioni. Gli adolescenti, non possedendo questa capacità, in molti casi si chiudono in loro stessi.
“Reagisci, fatti una passeggiata!”, potrebbe aver detto un qualsiasi genitore in quel periodo tremendo. L’adolescente ha bisogno di vivere queste emozioni al punto tale da rifugiarsi in esse, considerandole come delle zone sicure. Mettendo per un momento da parte il covid e dopo aver preso consapevolezza del grande impatto che questo ha avuto su quelli che oggi sono ancora adolescenti o che sono appena usciti da questa fase della vita, sarebbe necessario porsi una domanda, a mio avviso fondamentale: che ruolo ha la società nel benessere di coloro che sono gli uomini e le donne di domani?

Emozioni: alla società non piacciono i deboli

Quando eravamo piccoli non ci facevamo problemi a porre domande inopportune ad estranei, semplicemente perché non avevamo ancora imparato a sviluppare quella parte razionale del nostro cervello. In questo, ci hanno aiutato i genitori, gli insegnanti e in generale tutti quegli individui che fanno parte dei cerchi sociali ai quali abbiamo dovuto attingere per crescere, diventando così le persone che siamo oggi. Questo processo di razionalità però a mio avviso, in molti casi non è stato del tutto educativo; bisogna imparare a distinguere la sana educazione dagli schemi ideali impartiti dalla società odierna. Ebbene, l’educazione non ha nulla a che vedere con la comunicazione emotiva.
Il cervello di un bambino è come una spugna; cattura i comportamenti del genitore, tenendoli come punto di riferimento durante la crescita; se un genitore insegna al proprio figlio che piangere è sbagliato perché non serve a niente, quel bambino crescerà con la consapevolezza di non avere il diritto di manifestare le emozioni, a meno che non siano positive. No, un pianto non ha bisogno di una funzione risolutiva per avere senso. Ma se quando una persona ride e festeggia, questa manifestazione della felicità viene addirittura incitata, come mai quando una persona prova tristezza, la manifestazione di questa emozione viene mal giudicata? Se la felicità è direttamente proporzionale a una risata, come mai la tristezza non può essere direttamente proporzionale a un pianto, peraltro ingiustificato in quanto incapace di risolvere quel problema che tanto ci fa stare male? Ci ricolleghiamo a quanto detto in precedenza; siamo davanti a uno stereotipo sociale che mette al centro l’individuo per come è preferibile che sia e non per quello che è veramente.

Adolescenti in crisi

Quali sono le conseguenze di tutto questo sistema sugli adolescenti? I ragazzi arrivano al fatidico periodo dell’adolescenza imparando, appunto, che si possano esternare solo le emozioni positive. Il risultato di questo disastro è che i ragazzi non sappiano comunicare, e spesso finiscono così per far fuoriuscire le emozioni negative tutte insieme alla fine, dopo averle celate per un po’.
Finora abbiamo parlato di emozioni, ma se pensiamo al rapporto fra adolescente e genitore, bisogna provare a inquadrare il tema in un’ottica più generazionale che sociale; la generazione dei nostri genitori è la generazione dei tabù: non si può parlare di sesso perché non sta bene, non si parla di corpo perché fa vergognare. E allora però “un gruppo di ragazzi ha stuprato una ragazza”, “mio figlio guarda i porno”: tutto questo trova la spiegazione nel problema dei problemi, ovvero la mancanza di comunicazione.
E perché i giovani non comunicano più con i genitori nel periodo dell’adolescenza? Perché ora capiscono di essere abbastanza grandi per provare a camminare con le loro gambe, pur forse consapevoli di fare, nella maggior parte delle volte, due passi avanti e tre indietro (che poi alla fine fa parte del gioco), di conseguenza i ragazzi iniziano a formare i loro pensieri e le loro idee. I genitori non comprendono molte cose dei ragazzi, vuoi per un divario generazionale, e spesso tendono ad assumere comportamenti proibitivi nei confronti dei figli, ovviamente non per cattiveria ma per paura che il mondo sia troppo cattivo per delle anime così pure e libere come quelle degli adolescenti.

Genitori e psicologi

I genitori non sono dei nemici, sono esseri umani ai quali nessuno ha insegnato ad adempiere alle loro funzioni nel miglior modo. Loro stessi sono vittime di un sistema che a loro volta gli ha insegnato a reprimere le emozioni e a essere forti. Prendere consapevolezza dei loro errori non deve avere come conseguenza quella di incolparli ma di puntare semmai il dito verso questa società che ha piegato l’individuo a uno stereotipo. E allora, una volta che si è preso consapevolezza di ciò, diventa necessario, sempre secondo il mio modesto parere, l’intervento dello psicologo, figura tanto discussa ma che ci aiuta a tornare in carreggiata. Lo psicologo non deve essere visto come una figura presuntuosa che vuole prendere il posto di un genitore laddove quest’ultimo fallisce. Lo psicologo offre gli strumenti, sia ai genitori che ai figli, per comunicare correttamente, per far sì che ogni individuo sia considerato e amato per come è veramente, senza filtri né ideali.

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