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Capire il conflitto israeliano-palestinese

La comprensione di un tema complesso come il conflitto tra Israele e Palestina richiede un inquadramento della questione dal punto di vista storico-giuridico.
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Sono passate solo poche settimane da quando, il 7 ottobre 2023, la comunità internazionale ha assistito con orrore all’attacco sferrato dall’organizzazione fondamentalista palestinese Hamas contro lo Stato di Israele e sembra opportuno ripercorrere la vicenda storica alla base del conflitto oltre che fare il punto sul quadro di diritto internazionale che si dovrebbe applicare in questo preciso contesto. 

A tal proposito, il 19 ottobre la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze ha organizzato un incontro formativo con la partecipazione della professoressa Micaela Frulli e del professor Alberto Tonini, docenti rispettivamente nelle materie di diritto internazionale e storia delle relazioni internazionali, per ricostruire il quadro storico-giuridico della questione israeliano-palestinese. Ciò che questo articolo si propone di fare è proprio di riportare gli interventi dei due professori al lettore così da aiutarlo nella comprensione di questa vicenda.

Da cosa nasce il conflitto israeliano-palestinese?

La risposta a questa domanda è sicuramente complessa ma è opportuno innanzitutto definire alcuni elementi fondamentali: la dimensione geografico-territoriale e la dimensione psicologica collettiva delle due popolazioni. 

I territori in questione sono infatti estremamente esigui sia per quanto riguarda l’estensione dello stato israeliano (escludendo i territori occupati palestinesi), che corrisponde approssimativamente alla nostra Emilia Romagna o alla nostra Sicilia, sia per quel che riguarda i territori palestinesi che occupano uno spazio paragonabile al Friuli Venezia Giulia (in particolare potremmo immaginare la Striscia di Gaza come un territorio pari a tre volte l’estensione del Comune di Firenze).

Ora, tenendo presente questa esiguità a livello geografico, può sembrare più facile capire come mai nessuna delle due parti sia disposta a scendere a compromessi e cedere parti del proprio territorio e la complessità di porre rimedio, in modo soddisfacente per entrambi gli attori, al conflitto in atto. 

Un primo tentativo era stato effettuato dalle Nazioni Unite quando nel 1948, con la creazione dello stato israeliano, aveva decretato che il territorio su cui questo sarebbe dovuto nascere doveva essere diviso equamente con la popolazione palestinese. Tuttavia, questa soluzione non fu particolarmente apprezzata: lo stato palestinese non venne mai creato e i palestinesi, insieme agli stati arabi confinanti, decisero di muovere guerra contro Israele. 

A solo un anno di distanza, nel 1949, il conflitto si esaurì con la vittoria di Israele e la sua acquisizione di alcuni territori inizialmente destinati allo stato palestinese. Rimanevano quindi ancora dei territori su cui impiantare uno stato palestinese,  se non fosse per gli stati arabi confinanti con Israele che colsero l’occasione per impadronirsi sia della Striscia di Gaza (occupata dall’Egitto fino al 1967) che della Cisgiordania (annessa al Regno di Giordania nel 1949). A questo punto i territori messi a disposizione per la creazione di uno stato palestinese sono esauriti ed è facile vedere come questo non dipenda solamente da Israele ma anche dalle politiche implementate dagli stati arabi confinanti.

Spostiamoci nel 1967, più precisamente prendiamo in esame la Guerra dei Sei Giorni durante la quale Israele riuscì ad occupare i territori egiziani della Striscia di Gaza e della penisola del Sinai, i territori della Cisgiordania e la parte orientale di Gerusalemme appartenenti alla Giordania e infine le alture del Golan a danno della Siria.

Soffermiamoci adesso su un dettaglio: Israele occupa militarmente tutti questi territori ma non li annette al proprio dominio. È un dettaglio importante in quanto l’annessione potrebbe teoricamente porre fine ai conflitti che travagliano la regione ormai da decenni, eppure Israele sceglie di non farlo e preferisce servirsi di un duro regime di occupazione militare per mantenere il controllo su questi territori. 

Qual è il minimo comune denominatore? 

Il fatto che tutti questi territori sono abitati da popolazioni arabe, peraltro demograficamente molto numerose, rende l’annessione di queste regioni impraticabile in quanto andrebbe a snaturare la composizione demografica sulla quale si basano le stesse fondamenta dello stato israeliano. Questo, infatti, nasce proprio per creare una nazione che potesse accogliere gli ebrei vittime della diaspora dando loro una patria e ammettere al suo interno una mole così grande di persone arabe manderebbe in fumo tale progetto, un costo che gli israeliani ritengono troppo grande da pagare.

Perciò i governi di Tel Aviv da una parte conservano un regime di occupazione militare duro ed estremamente pesante sui territori occupati, nella speranza di indurre gli arabi a spostarsi verso i paesi limitrofi e, dall’altra parte, sovvenzionano una graduale opera di insediamento e colonizzazione così da poter riequilibrare la situazione demografica e permettere l’annessione.

Possiamo dire che  la situazione rimane così congelata almeno fino al 2005, anno in cui Israele annuncia di voler porre fine all’occupazione della Striscia di Gaza e di ritirarsi da quel territorio. Ma è veramente così?

Secondo i documenti internazionali prodotti da istituzioni quali la Corte Internazionale di Giustizia, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza ONU la situazione è ben diversa. Infatti, nonostante formalmente Israele abbia messo fine all’occupazione di Gaza, per il diritto internazionale conserva lo status di potenza occupante in quanto detiene il controllo dei confini della Striscia, dei suoi rifornimenti di cibo ed acqua e del suo spazio aereo e marittimo.

Cerchiamo ora di fare chiarezza su alcune questioni relative al diritto internazionale che sorgono parlando di Israele e Palestina:

I palestinesi hanno diritto a prendere le armi contro la potenza occupante?

Si, il diritto internazionale ci dice che una popolazione sotto occupazione militare (sotto occupazione coloniale e sotto regime di segregazione razziale)ha il diritto a lottare per la propria autodeterminazione anche tramite le armi. Questo principio è stato ribadito da vari documenti dell’Assemblea Generale. 

Il fatto che si tratti di un’occupazione bellica fa entrare in funzione il diritto umanitario internazionale, cioè quel complesso di regole che disciplina la condotta nei conflitti armati e, in particolare, facciamo riferimento alla Quarta Convenzione di Ginevra. La popolazione di Gaza ha il diritto di resistere anche ricorrendo alle armi.

Le azioni commesse da Hamas sono legittime?

Gli attacchi sferrati da Hamas il 7 ottobre e nelle settimane successive non sono atti legittimi di resistenza armata, anzi violano gravemente il diritto internazionale e sono imputabili come dei  gravi crimini di guerra. L’unica azione legittima commessa dall’organizzazione fondamentalista è la distruzione del muro che circonda Gaza. Sebbene il diritto alla resistenza armata sia garantito ai palestinesi, esso deve essere portato avanti in una certa modalità che si tratti di attori statali o non.

Inoltre, seminare terrore tra la popolazione civile è un crimine di guerra, ci sono anche gli estremi per parlare di crimini contro l’umanità, si parla di violazioni perpetrate in scala massiccia e sistematica sulla popolazione civile, uno molto particolare è la persecuzione. Questi crimini sono di competenza della Corte Penale Internazionale, che ha già aperto un’indagine sui territori occupati palestinesi nel 2021.

Le azioni di Hamas non sono sovrapponibili alla legittima pretesa dei palestinesi di resistere.

Israele ha diritto a difendersi dagli attacchi palestinesi?

Come la potenza occupata ha il diritto alla resistenza armata, così anche la potenza occupante ha il diritto di ricorrere alle armi per difendersi. Tuttavia, dal diritto dell’occupazione bellica discendono degli obblighi importanti per la potenza occupante uno dei quali è quello di proteggere la popolazione civile occupata e in questo senso la controffensiva di Israele viola il diritto internazionale. La Corte Internazionale di Giustizia, infatti, nel parere del 2004 afferma che il diritto di difesa deve essere esercitato osservando l’obbligo di proteggere i civili. 

Quindi, Israele dovrebbe rispettare il principio di distinzione, per cui si deve distinguere tra obiettivi civili e militari: gli obiettivi civili non possono in nessun caso essere oggetto di bombardamento (con alcune rare eccezioni come ad esempio nel caso di una strumentalizzazione degli obiettivi civili), e dovrebbe rispettare anche il principio di precauzione che definisce una strategia di gestione dei rischi in mancanza di sufficienti dati sugli effetti negativi di un’azione sulla salute umana. Infine dovrebbe attenersi al principio di proporzionalità, che prescrive l’adeguatezza dei mezzi impiegati rispetto al fine voluto.

Perché la risposta di Israele viola anch’essa il diritto internazionale?

Non solo per le ragioni elencate appena sopra, ma nello specifico il diritto internazionale vieta di chiudere i rifornimenti e di mettere alla fame (starvation) la popolazione occupata, vieta di bombardare luoghi dove siano presenti  civili o il loro trasferimento ed evacuazione forzata (peraltro con l’idea di spingerli a migrare verso l’Egitto). Tutte i casi elencati sono stati messi in atto da Israele e sono pertanto crimini di guerra.

Si potrebbero configurare anche qui di crimini contro l’umanità in quanto le azioni di Israele sono un attacco esteso e sistematico nei confronti di una popolazione spinato al punto tale da creare le basi per parlare di punizione collettiva, vietata anch’essa dal diritto internazionale.

I crimini commessi da Israele sono perseguibili al pari di quelli commessi da Hamas da parte della Corte Penale Internazionale.

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