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Non di solo sesso 

Quando una serie tv può davvero insegnarci qualcosa
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Un fine pedagogico

Con l’ultimo settembre passato si è concluso un originale ed efficace, per quanto bizzarro, percorso di sdoganamento dei principali tabĂą legati al mondo del sesso in etĂ  adolescienziale (e non solo). Quello di Sex Education è stato un lavoro ambizioso – soprattutto se si pensa che è durato solo quattro anni – ma sicuramente riuscito sotto tanti aspetti. Elementi essenziali per avvicinarsi al mondo della sessualitĂ  declinati in chiave ironica e spesso, data l’intenzionale sproporzionalitĂ  della resa, grottesca, che non vuole lasciare spazio a troppe interpretazioni. Gli intenti sono stati chiari a partire dal suo stesso titolo fino ad arrivare alle volute esagerazioni delle dinamiche chiamate in causa. L’“estremo”, o forse meglio, l’“esagerato” come “strumento divulgativo”, in questo specifico frangente, diventa un mezzo finalizzato a raggiungere il livello piĂą ampio possibile di inclusione: sdoganare qualcosa che giĂ  di per sĂ© appare come “proibito”, a partire dall’esempio di un “caso limite” ed alquanto improbabile, rende, per così dire, la vita piĂą semplice agli altri che giĂ , anche se in diversa misura, ne fanno esperienza. Parlare di eiaculazione precoce, ansie da prestazione, autoerotismo, difficoltĂ  nel fare outing attraverso la vita di personaggi macchiettistici, unici nel proprio genere, e lo svilupparsi di dinamiche “esagerate”, ma che comunque, alla fine di tutto, vedono un lieto fine, si può dire che, in un certo senso, rincuori ed aiuti ad esorcizzare quell’aura demoniaca che, silentemente e non, continua ad avvolgere e ad oscurare molte delle tematiche protagoniste dell’etĂ  della crescita.

L’educazione dell’ideale

Insieme a tutto ciò che è strettamente legato al mondo della sessualitĂ , al centro di questo lavoro vi è anche la trattazione di tematiche piĂą “difficili”, piĂą per la loro intrinseca natura che per un certo pudore nell’affrontarle, come l’inclusivitĂ , gli abusi e le violenze. Il mondo ideale di Laurie Nunn non è un mondo di solo sesso per adolescenti, ma un mondo che vuole generare (senza troppe pretese) consapevolezza in chi guarda su ciò che nella consuetudine viene stigmatizzato, discriminato o escluso. Rendere quotidiano ciò che quotidiano non è, questo è quello che potremmo dire per riassumere in poche parole il succo di questo lavoro. Ad onor del vero tale quotidianitĂ  prende corpo e vita in un mondo, come abbiamo giĂ  detto, ideale, ma non per questo impossibile. La quarta ed ultima stagione, per quanto (almeno per l’opinione di chi scrive) spesso pecchi di fretta nel voler al proprio posto tutti i tasselli dell’arco narrativo, è la stagione piĂą “impegnata” (o impegnativa) dal punto di vista degli argomenti “difficili”. La giĂ  bizzarra e surreale cittadina di provincia assume contorni a dir poco inverosimili con l’introduzione di un nuovo scenario: il liceo Cavendish, un istituto scolastico a dir poco avanguardistico in merito ai temi dell’inclusione e della salvaguardia dell’ambiente. Anche in questa nuova ambientazione,  “eccesso” è la parola d’ordine, ma, è importante sottolinearlo, non certo per un semplice vezzo estetico. Quello incarnato dal Cavendish è un vero e proprio mondo ideale, propedeutico a mettere in luce esattamente ciò che, proprio per la natura intrinseca dell’istituto, non dovrebbe sussistere: stiamo parlando (ironia della sorte) della mancata inclusivitĂ  e della difficoltĂ  con cui questa, in ogni dove, riesca a farsi spazio. Quella del Cavendish è una realtĂ  così inclusiva da poter esistere solo in una finzione televisiva, ma, nonostante tutto, rimane accessibile solo per alcuni. Questo è il caso di Isaac, un giovane ragazzo in sedia a rotelle, il quale, nonostante le innumerevoli segnalazioni, non riesce ad utilizzare l’ascensore per accedere alle aule della scuola, poichĂ© questo, data la negligenza dell’istituto e di chi n’è responsabile, è frequentemente guasto. Il problema delle barriere architettoniche e della normale fruizione di servizi per soggetti con impedimenti motori (uno dei piĂą “vecchi”, per così dire, e noti problemi) passa tranquillamente in sordina anche nel “paradiso” dell’inclusione, anche dove la piĂą piccola minoranza ha diritto ad uno spazio per il proprio club o per le piĂą impensabili iniziative.

Il peso delle responsabilitĂ 

Il messaggio è chiaro: includere è una questione di scelta. Non c’è mondo che possa davvero ritenersi “giusto”, questo è ovvio, ma ci sono solo mondi in cui si sceglie in che modo e per chi qualcosa possa essere definito “giusto”. Includere significa compiere una scelta, una scelta che, quando viene presa, è spesso consapevole, ma mascherata da innocua, anche se poco sincera, innocenza. Non manca mai un senso di sbigottimento nel momento in cui, quando si fa i conti con le conseguenze delle decisioni prese, è richiesto che i responsabili si facciano avanti, come a dire: “ma, di certo non era mia intenzione!”

Nel mondo ideale è quasi scontato che l’epilogo del giovane Isaac si sviluppi come un lieto fine, alla fine ottiene il “suo” ascensore, ma nell’ordinaria quotidianitĂ  di tutti i giorni funziona così? Il fatto che una finzione, come quella proposta da Sex Education, lanci un messaggio, e che questo non passi inosservato, ma riesca a condividere tutta la sua reale e concreta urgenza, forse deve far pensare. Includere comporta consapevolezza e responsabilitĂ , ma se queste sono giĂ  difficili in una realtĂ  costruita ad hoc, allora di molte altre serie come Sex Education ne abbiamo decisamente bisogno. 

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