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Usi, abusi e meritocrazia 

Ripensare la sanità mentale in giovane età alla luce degli abusi di sostanze stupefacenti e degli incrementi dei tassi di suicidio.
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In tempi in cui il “merito” riacquista popolarità, il “bisogno” viene ancora trascurato o
episodicamente ricordato da tragedie senza punto di ritorno. Stando ai dati dell’Osservatorio
della fondazione Brf, Il numero crescente di suicidi tra ragazzi della cosiddetta “terza
adolescenza” (tra i 16 ed i 20anni) e studenti universitari si presenta indubbiamente come
sintomo ed indicatore di una realtà di per sé patologica. Oltre alla dottrina del merito e della
prestanza, il colpo di coda della pandemia, che si concretizza anche nei più comuni dei disturbi
mentali (ansia, stress e depressione), incrementa notevolmente l’uso (e l’abuso) di sostanze
stupefacenti e psicofarmaci (assunti con o senza prescrizione) oltre ad incentivare un precoce
abbandono agli studi.

Comprendere i segnali

Il senso di soffocamento percepito dagli studenti affonda le sue radici già nella scuola
dell’obbligo, ben prima dell’ingresso nel mondo “maturo” dell’università. Allo scontro con una
dimensione studentesca più esigente si aggiungono ulteriori pressioni di una nuova quotidianità
come: ricerca di alloggi e crescenti rincari degli affitti, gestione della casa e convivenze, lavori
part-time, vita da pendolare e spostamenti su lunghe tratte. Quello degli studenti universitari
appare come un gruppo di persone in transizione all’interno di una parentesi della propria vita
complessa e stressante su più fronti. Rispecchiare le aspettative di un astratto, ma reale, mostro,
che prende in maniera molto vaga e qualunquista il nome di “società”, diventa un imperativo
categorico senza possibilità di scelta. Il crescente uso delle cosiddette “smart drugs”, ovvero
sostanze psicoattive legali in grado di incrementare memoria ed apprendimento, è uno dei tanti
indicatori significativi di almeno due realtà del mondo universitario: la consapevolezza e la convivenza con una “sindrome” della prestanza, della valutazione e della competizione, ed il
riconoscimento di un bisogno, di una mancanza da colmare. Da una parte quest’ultimo si
esprime (come nel caso delle smart drugs) nella ricerca di piccoli aiuti che incrementino le
performance; dall’altra parte si manifesta, più tragicamente, in un senso di incongruità, in fughe
ed in “ovattamenti” della realtà.
Appare sempre più inadeguato liquidare l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti con una
frettolosa lettura che ancora li traduce come discutibili, ma comunque tipiche, esperienze
ricreative della spensieratezza o dell’incoscienza giovanile. La fascia d’età in questione (dai 18 ai
24 anni), tradizionalmente vista come “delicata”, diventa un capro espiatorio ideale per attribuire
parziali responsabilità a modelli comportamentali consolidati e ad istituzioni (università in
primis). Come riportato nella Relazione annuale al parlamento sul fenomeno delle
tossicodipendenze in Italia[1], l’uso di sostanze stupefacenti in età giovanile è in aumento su tutti
i fronti, dalle sostanze legali a quelle illegali (“soft” e non). A ciò si deve aggiungere il crescente
tasso di suicidi nella popolazione giovanile, in particolare quella universitaria.

Cambiare il paradigma

Come già suggeriva Durkheim nel suo celebre saggio (1897)[2], il suicidio di per sé non è un
fenomeno patologico, ma lo è una sua cospicua presenza in una società. Per quanto seguendo il
senso comune si possa facilmente identificare una correlazione tra l’aumento generalizzato
dell’uso di stupefacenti nella popolazione giovanile e l’aumento di suicidi tra gli studenti
universitari, non si può stabilire una relazione di causalità certa tra i due fenomeni. È però
innegabile che ambedue palesino, in misure e modi differenti, una problematicità viva ed
urgente.
Ripensare il benessere mentale in giovane età come una componente essenziale è qualcosa di
assolutamente prioritario. Ma ripensare non significa rammentarne la rilevanza, significa
riconoscere che ciò che si è assunto come valido fino ad oggi è diventato poco efficace. Lo stesso
Oms nel Mental Health Action Plan 2013-2020 afferma: «Il benessere mentale è una
componente essenziale della definizione di salute secondo l’Organizzazione mondiale della
sanità (Oms). Una buona salute mentale consente agli individui di realizzarsi, di superare le
tensioni della vita di tutti i giorni, di lavorare in maniera produttiva e di contribuire alla vita della
comunità»[3]. Il benessere in cui si auspica è puramente funzionale alla produttività. Stare bene
per essere utili, questa è la parola d’ordine! Ma, per ironia della sorte, proprio da ciò nasce la
pressione ed il malessere. Prioritaria è la prestanza ed il benessere mentale vive in funzione di
questa.
Questo quadro ci restituisce un’immagine in cui ciò che viene perseguito per il proprio
benessere mentale rientri in una sorta di “pausa”, di parentesi per “ricaricare le pile” e tornare
subito in carreggiata. Per muovere i primi passi nella direzione di un concreto cambiamento, il
sintomo (ansia, stress, depressione) dovrebbe essere inteso come indicatore di uno stato
patologico non solo di chi lo vive, ma anche del luogo in cui vive. Nella stessa direzione, la
costatazione dell’uso, ma soprattutto dell’abuso di sostanze, dovrebbe portare a seri e coraggiosi interventi di struttura, più attenti a migliorare, in primo luogo, la dimensione, per così dire, ecologica e conseguentemente quella individuale.
Non si può pensare di migliorare la vita dei singoli se non si parte dall’ambiente che questi
vivono e con cui costantemente si rapportano. In questa direzione, politiche repressive e
sanzioni punitive volte a disincentivare l’assunzione di sostanze portano a ben poco sul lungo
periodo. Intervenire su ciò che c’è ora è d’obbligo, ma va fatto nell’ottica di un lento e graduale
processo strutturale mosso da una fiducia verso il futuro forse, ad oggi, anacronistica.

[1] https://www.politicheantidroga.gov.it/media/ix0b0esf/relazione-al-parlamento-2023.pdf

[2] Durkheim, E. [1897] 2008, Il suicidio, Utet, Milano. 

[3] Who (2013), Mental Health Action Plan 2013-2020

https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/89966/9789241506021_ita.pdf;jsessionid=35108225489AD4601FC A9A37F5037ACE?sequence=8

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